bacche alle baccanti
“Quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”
Assorbe il mondo come una spugna.
Ma nessuna spugna conosce l’infinito. Ogni spugna conosce di avere una fine.
Vorrebbe assorbire il mondo come una spugna.
Grammaticarlo per la sua mente e risputarlo fuori ordinato.
Somma di ogni sintesi, parolificazione razionale di ogni virgola ed idea.
Vorrebbe dare ordine alle cose o meglio non riesce a farne a meno.
Sotto il peso del mondo complesso scricchiolano le ossa.
Si sloga una spalla e crollano i muscoli ma la presa rimane.
Ogni tanto scapperebbe da piangere e da lasciarsi soffocare o cadere o sanguinare ma la presa rimane.
Poi si slogò anche l’altra spalla e allora le mani presero a tremare e le medicine lenirono le ferite della mente.
Ma lenire, amici cari, non ha mai richiuso ossa spaccate nè rigenerato toraci putridi.
Lenire calma il rumore.
Ora c’è il silenzio necessario per pensare, sentire meglio il dolore delle ossa che hanno ceduto.
Ma la presa rimane, non sul mondo però.
Solo la presa salda intorno al collo a vedere se muore prima la testa o il braccio.
un’ossessione di sempre
Notte dopo notte sogno di conficcarmi un pungnale affilatissimo nel petto. Entra senza dolori subito sotto lo sterno, nello spazio tra i due lembi di cassa toracica. In questa fenditura che sembra esser fatta per quello il coltello affonda un colpo secco che non arriva mai a graffiare la colonna vertebrale, mi darebbe i brividi.
Il pugnale affonda e l’atto è liberatorio.
Notte dopo notte nell’atto di pugnalarsi, trovo un po’ di pace. Come se fosse la valvola di sfogo necessaria e naturale. “Dove vorresti essere, per trovare la pace?” Ecco credo in un posto qualsiasi, ma con un coltello piantato nel petto e le mani sporche di sangue, come nella mia visione continua.
Così capita che questa visione non è più un capriccio della dormiveglia e anche durante la veglia, nei momenti di stress, immagino di avere un coltello e trafiggermi. Mimo anche il gesto, molto poco teatrale, delle due mani che afferrano la lama e spingono piano, a volte, altre volte forte, la spingono subito sotto lo sterno, tra i due lembi di cassa toracica, nella terra di nessuno, dove sogno ad ogni minuto, di trovare la pace.
La mia ombra muove le dita più velocemente di quanto io possa fare. la mia ombra ha la vocazione tentacolare dell’abisso. ed einstein balla sulla spiaggia del mondo che finisce.
Quattro zampe
Spesso dimentico, che un corpo ha quattro arti.
Un paio di braccia più un paio di gambe che fanno quattro.
Poi quasi tutti hanno anche una testa che penzola tra le spalle.
Certi hanno il pene e annessi, che penzola tra le gambe,
mentre certe hanno i seni, che penzolano dal petto.
Senza un cogito, il corpo è a suo modo un aglomerato di cose che penzolano dal tronco.
In maniera molto bambolesca, pupazzesca.
I crimini efferati dei ricchi io me li immagino sempre in posti da ricchi.
Uno scannamento su un pavimento bianco, divani bianchi, tavoli bianchi, sedie di cristallo.
E nel mezzo geometrico della stanza bianca c’è una goccia di sangue a terra.
L’efferatezza minimalista dei ricchi.
Se non mi dicessero che quello è sangue,
che è una goccia di sangue svenuta sul pavimento,
ecco io penserei piuttosto che è un’azione geniale.
Un punto rosso ematico,
attorno a cui ruota il bianco perfetto e mai polveroso della ricchezza.
Ecco che la mia ignoranza da povero trasformerebbe l’efferatezza dei ricchi in arte.
Ai ricchi, noi poveri, concediamo davvero tutto.
Se poi un arguto investigatore mi dicesse.
“Si ma scusi sa, e il corpo, dove lo mette il ricco? Mica può far scomparire nel nulla un corpo così. Un corpo è fatto di quattro arti che penzolano. E non se lo può nemmeno essere mangiato. Perchè non è povero, tanto povero che si mangerebbe anche la zia. E’ ricco, e lui la zia non se la mangia. Lui la zia la manda a mangiare eventualmente. In una giornata a caso, d’Agosto magari, il ricco indica il suo avvocato e gli dice: Tu, vai a mangiarti mia zia. Eh quello senza fiatare, va. Ecco dunque, lei, me lo dice dove avrebbe messo il corpo, il ricco”
L’investigatore avrebbe ragione, i ricchi i corpi non li possono fare scomparire. E allora mi chiedo se forse, questa efferatezza dei ricchi non sia cosa da poco per noi poveri. Se questa efferatezza dei ricchi magari non si riduca al perdere sangue dal naso, per capriccio. O nel far cadere una goccia di sangue dal dito per diletto o per far perdere tempo a noi poveri a ragionare.
Allora l’investigatore alza il dito al cielo.
Ma io che sono povero non capisco che abbia quel dito. Mi sembra un dito come tutti gli altri. Un dito come tanti diti che ho visto indossare ad eventuali investigatori.
“Ma scusi sa, mi prende in giro? Non vorrà mica giocare al gioco dell’imbecille che guarda il dito mentre un eventuale professionista indica un ricco impiccato”.
E allora io alzo lo sguardo e sopra la goccia di sangue vedo un ricco. Un ricco bellissimo, con tutti e quattro gli arti che penzolano, le vesti d’oro tutte ricamate di diamanti.
L’investigatore allora sorride vedendo che il povero, io insomma, me ne sto li col naso in su a guardare tutto questo penzolare sgargiante. Il ricco ha perso un rivolo di sangue dalla bocca mentre s’impiccava.
E allora io, che sono povero, mi chiedo che efferatezza sia questa. Se bisogna per davvero essere ricchi per essere così efferati e penzolanti.
E allora l’investigatore priva mi sorride e risponde. “Ma certo. Il ricco, quando è davvero ricco, non si può mica permettere di ammazzare qualcuno, di fare l’efferato così, per un’asinata di un momento. Il ricco, quando vuol fare l’efferato, versa l’unico sangue che nessuno si può permettere di versare, il suo.”
E dunque il povero capisce che l’unico sangue che vale è quello del ricco, per questo se ne versa così poco, mentre si indulge allo spargimento di sangue del povero. Perchè il sangue dei ricchi è come l’oro, ce l’hanno in pochi ed evitano di sprecarlo.
Il povero allora tornò dai poveri amici suoi. Gente anche più povera del nostro povero. Bene il povero in questione, io insomma, torna dai suoi amici poveri e gli racconta questa storia. “Ma lo sapete qual’è la cosa più di valore che hanno i ricchi?”. I suoi amici poveri senza esitare lanciano in alto le mani. “I soldi” “Le macchine” “Le mogli” “Le case” “I cibi”. Il nostro povero, sorride beffardo. “No amici poveri. Non c’è nessun plurale nella ricchezza del ricco. E’ una cosa talmente unica da non aver plurale. Perchè se diventa più di uno, se si mischia con quello degli altri, allora perde di valore e diventa come il nostro.”
Gli amici poveri allora capirono che si trattava del sangue. Il sangue dei ricchi. Tanto era prezioso che era “Il sangue” anche se di ricchi ce n’erano tanti. Allora i poveri presero tutti gli oggetti taglienti che avevano e si diressero verso la casa di un ricco della zona. Mentre quello dormiva gli tagliarono la gola e ci riempirono bottiglie.
Verso l’alba se ne tornarono a casa, con una condanna a morte sulla testa ma felici al pensiero della meritata ricchezza.
Il ritmo,
onanico,
del quotidiano. Senza più piacere, se più piacere alcuno.
Le dita ormai assuefatte ad ogni distrazione paliativa delle soluzioni.
La cura dell’esposizione del sè al fine di far venir tramonto.
Lo schiacciamento tra le fessure sottili della convivenza forzata.
I denti ruvidi delllo sporco del giacere.
Schiacciato a terra col petto pesante,
il respiro trasparente e la testa vacillante.
Malfidata pietà del tempo che continua a passare.
Malfidata pazienza dell’impegno da arrivare.
Non c’è più voglia per niente,
nemmeno per la libido del perdere tempo,
dell’essere, con tanto vanto,
per la ragion stessa dell’essere.
Mentre il petto si chiude su se stesso la televisione ronza una collana di atrocità e così anche il petto del mondo si chiude su se stesso.
E’ ammirevole non avere la pelle secca e le unghie lunghe quando il corpo non attende che l’esaurirsi delle giornate.
Vanità di vanità, la frivolezza di essere disobbedienti
Le parole del sempre stimato Celestini e della sua Rivoluzione mi abitano spesso il risveglio o le pedalate serali o ancora i lunghi tragitti in macchina. Prima, con un filo di rabbia, pensavo “tra cinque minuti comincia la rivoluzione, tra cinque minuti comincia la rivoluzione, tra cinque minuti comincia la rivoluzione”. Poi un sabato è sceso in piazza il “popolo” che avevo in mente, un pugno di un migliaio di persone, un popolo festoso, disomogeno, pronto a fare il gatto e il topo con la polizia per poter percorrere qualche metro di libera strada.
Quando la giornata è culminata si faceva sera e scattate le foto per cui ero lì, sono tornato a casa per cenare. Ho imboccato una via e poi un’altra fino ad incontrare un banchetto della Destra a due minuti dal corteo. Sereni e tranquilli smontavano il banchetto. Poco più in là ancora trovavo la curata sede elettorale di Guazzaloca e di lì a poche ore una bomba, per certi, forse bombetta, per altri, inquietava il pratello e spettinava la sede della Lega Nord.
Ecco, dopo tutto questo io ho preso il mio autobus verso casa e Celestini, dal sedile dietro al mio si è messo a cantare, “Verrà quel giorno, il giorno è venuto, che le parole usciranno trai denti“. Parole sante, un pezzo che parla di come il popolo abbia barattato dignità e diritti per un piatto di lenticchie.
Le parole usciranno dai denti.. quella rabbia incontenibile che mi prende le mani quando vedo il “popolo” subirne una dopo l’altra e ancora in piazza, quando capita, le faccie sono sempre le stesse e così come i discorsi. Gli stessi dieci parlano della stessa rivoluzione, della stessa azione, della stessa speranza di cambiamento.
Ma lo scontro ha valore? Continuare a recitare la parte della minoranza chiusa a falange che tira pugni verso l’alto della piramide, è maturo?
Gli “attivisti” puntano il dito verso l’alto mentre il tizio che gli sta accanto vota il ringhio sordo della sicurezza, lascia passare lo sfruttamento del capo perchè è concentrato sull’immigrato che gli ruba un posto di lavoro. I manifestanti si chiudono su di loro come le persone si attorcigliano attorno alle solide gambe di chi demagogicamente dice “Me ne frego, Che se ne tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla a parlare con le scimmie“.
Le persone per le strade, le vecchie come gli adolescenti, vedono un mondo complesso, iperculturale, un’identità sempre più complessa da creare e mantenere. Dall’alto non verranno più i mezzi per confrontarsi col mondo perchè quei mezzi sono ponti che uniscono le persone dal basso e creano cittadinanza. Dall’alto verranno solo servizi televisivi ad-hoc o “ad-massa”. Dall’alto si favorirà solo una massa di individui, come un pugno di biglie che si possono raccogliere in un sacchetto senza fatica ma che comunque rimangono divise al suo interno, incapaci di legare, formarsi e agire.
Un movimento che voglia e senta di volere un paese diverso dovrebbe creare apertura, creare connessioni e incontri. Dovrebbe prendere una vecchietta e portarle l’immigrato, spiegarglielo, fargli sentire la sua storia e le sue difficoltà e lo stesso fare con l’immigrato. Invece di scontrarsi con i “fascisti” in piazza, cercare di capire chi sono le persone, cosa pensano e perchè lo pensano. La gente è terrorizzata dalla schiamazzata crisi e dalla schiamazzata immigrazione e in mancanza di cittadinanza vera, si affida al primo che appaga gli istinti più bassi e irrazionali. In un gruppo di cittadini, in una molecola sociale non basta che un politico gridi più forte per riempirsi le urne di voti. Se dal basso, e ottimisticamente dall’alto, si ricostruirà un tessuto sociale intenso e attivo allora davanti all’oppressione operata una classe politica corrotta reagiranno tutti e non scenderanno in piazza i “soliti noglobal, non-studenti dell’onda, teppisti, terroristi e così via”.
Una minoranza in protesta è il caproespiatorio di ogni imbonitore di piazza, una cittadinanza attiva e consapevole non incontrerà etichette sulla sua strada se non quelle che straccierà nell’elezione democratica di amministratori responsabili.
Il sapore dell’asfalto era la prima cosa che sentivo alla mattina. Dopo vent’anni a sbavare su un cuscino ora sbavavo sul materiale ruvido su cui scivolavano le macchine giorno e notte, catrame e pietruzze. Le ossa scricchiolavano e si snodavano a scatti, un leggero odore di smog e pane appena sfornato accompagnava il rituale di appoggiarsi al muretto e concettualizzare l’idea del primo caffè della giornata. “Il nostro paese” parafrasando Kassovitz e preparando la caffettiera “è un pugno di persone in caduta da un palazzo di cinquanta piani. Stringono i denti, chiudono gli occhi e si concentrano sul pensiero che la caduta non è reale. Alcuni, poche decine, con mezzo occhio aperto capiscono che stanno cadento ma non cercano appigli. Sfiorando la superficie del palazzo, di piano in piano si ripetono, fino a qui, tutto bene, fino a qui, tutto bene, fino a qui, tutto bene. Così pensano e sono convinti che il problema della caduta non li riguardi, ed in un certo senso hanno anche ragione. Il problema, infatti, non è la caduta o la resa incondizionata alla caduta, ma l’atterraggio.” Mentre l’odore del caffè avvolge il mio angolo di strada cerco di ricordarmi quando era iniziata la caduta e se io avessi fatto qualcosa per rallentarla in qualche modo ma la domanda cede il passo al caffè e ai pensieri dei denti stretti e degli occhi chiusi. La caduta non esiste.
— Viaggio sulla luna, leggerezza sanguinaria del non cadere. Eric K. Hudson. Minnesota. 2009. Ed. Le Parole Trai Denti.
Pseudonimamente sempre io.
Il talento dei movimenti sta nella naturalezza di certi corpi.
Certi altri, dal canto loro, sono un po’ vermi, un po’ patetici, stirati lucidi sotto la luce di alcuni riflettori.
Quando capita che questi ultimi corpi ballino, essi non sono gruppo, sono sforzi meccanici che schioccano e stridono illuminati, proprio loro, da una luce decisa.
Il talento degli altri corpi invece sta nella loro naturalezza,
nel poterli osservare e non pensare che sotto ai vestiti, di certo, non serbano niente. Hanno un sorriso, uno scatto, una scritta che è un tutt’uno con la loro pancia, con i centimetri di pelle dei gomiti e della schiena. Ogni sguardo e accenno è la parte del tutto, una sofferenza globale così come una gioia unita.
A guardare queste masse uniche, queste essenze compatte, il corpo meccanico scandisce gl’ingranaggi che lo compongono. “Probabilmente” pensa, “anche loro hanno o avevano degli ingranaggi” ed ha ragione. “loro però li muovono tutti insieme, fino a farli dimenticare dei denti e dei ritmi”. Lo sguardo di questa disomogenea meccanicità sta li ma ogni punto della sua pelle vorrebbe andarsene per i fatti propri. “Stanno ancora insieme” sospetta lui “finchè le forse centrifughe non si compenseranno, finchè non ci saranno cinque che vogliono stare, cinque andare da una parte e cinque da un’altra. Quando un cinque diventerà un sei e un sei mangerà un otto allora tutti i bulloni, magnetizzati, sfuggiranno all’equilibrio del centro e lo sguardo non sarà più in un luogo ma in tanti.” Uno sguardo in tanti luoghi ma contemporaneamente ancora uno unico è l’atto dello smembramento.
Gli altri esseri, gli sguardi fluidi e abili al ritmo, rimarranno in sè e tra loro, e non faranno caso che di lontano, dal punto di vista del tempo che passa, sguardi diversi, si sono disgregati, alla vista incredibile di una spontaneità insperata.
natale
mio padre è la svizzera
mia madre è il sovraccarico di se stessa
mia sorella è di passaggio
il mio gatto non scarta nemmeno più i regali.
cosa sarebbe l’umanità senza porte da sbattere.
comunque meglio dover sbattere una porta che dover far rotolare un sasso davanti alla caverna.
dimentica
una foto controluce nella luce piena di un alba dimentica.
occhi appena socchiusi,
labbra inarcate appena per la veglia dimentica.
solo un volto sullo sfondo della luce piena e una pelle priva di dimensioni.
assolutamente dimentica.