oggi mi sono tagliata
i capelli, prima a grandi ciocche, prendevo quelle più lunghe e le tagliavo vicino alla testa. Continuavo a tagliarle finchè in testa non rimanevano dei cespugli dubbiosi di capelli.
Allora ho preso il rasoio e mi sono rasata a zero.
Mentre lo facevo il brivido dell’indietro-non-si-torna mi teneva gli occhi fissi al rosa pallido che si faceva strada sulla mia nuca nuda.
In qualche minuto ero spoglia della mia personalità, di quello che avrei definito il mio ego-capelluto. Quei maledetti capelli ricci. Quando è una cosa a darti personalità alle volte viene il nervoso.
Veramente non sarei me medesima reverenda Rossana se non avessi questi capelli.
Capita però certe notti che il mondo, quasi tutto direi, facciamo tutto, si accalca in orda contro i vetri e sbatte le mani.
Un frastuono terribile e sotto la sassaiola dell’ingiuria, inseguita dai cani, cerco di far perdere le mie traccie, il mio odore, la fonte inevitabile del mio sguardo.
In passato, quando mi era capitato di buttar via i capelli che mi tagliavo dedicavo loro un trattamento di riguardo, come a dover gettare via una salma, un braccio, un gatto.
Come dicevo all’inizio, oggi mi sono tagliata i capelli e li gettati tutti nel cesso. Senza pensarci due volte ho pisciato. Mentre facevo questo ho avuto una sensazione strana e mi sono sentita come se mi stessi pisciando in testa da sola. Con sospetto ho guardato i capelli, senza indugiare oltre ho tirato l’acqua e sono venuta a scrivere del mio straniamento
come le dita
picchiettare e svogliatamente afferare il riflesso su uno specchio bagnato.
l’inefficacia di certe prese, di certi tentamenti nello diserbare le radici quadrate degli occhi.
è facile strappar via l’erba, ha capelli verdi, duri, sporgenti.
gli occhi sono cose scivolose per davvero, mica puoi toglierteli così, tanto per vedere come si fa senza.
ci vuol pensiero e riflessione, gesti abili e più che motivati.
certe volte però è un pensiero fisso, uno “sto qua a guardar altro perchè se mi fermo un attimo io me li cavo via”.
e allora, in bilico sul cornicione, la tentazione è troppo forte, e si cede alla curiosità, alla frivolezza vanesia del volo, del nulla-d’ora-in-avanti, del più-niente-indietro.

inizia la rota di caffè, Manifesto in chiusura, pioggia, biglietti del treno e viaggi verso Sud.
Ho una sola grande certezza, sarà una duegiorni dannatamente umida..
ma cosa ti serve poi
far la faccia dura, incazzarti e guardare negli occhi la gente se poi in fondo hai una paura fottuta..
Mai paura, di certo, motto dei Mercanti, però d’umana paura non manchi. Ne abbondi ma non la vuoi, come un melo carico di frutti che guarda dall’altra parte e fa il pino.
Guarda che sei intimorito, ti tremano le mani, hai il petto che tartassa, non sei un albero, non sei al di sopra, ci sei dentro.
Le cose, diceva il dio equino e silvestre di Saltatempo, sono semplici, basta camminarci dentro.
Beh allora è semplice anche la tua paura ed ha ragione di essere, trova ragione di essere proprio nel tuo starci dentro, nel suo essere umano.
Uno strapazzato senso civico insegna che non bisognerebbe averne, non è giusto. Che i pavidi di cuore dovrebbero poter star dappertutto senza dover dire, Lì no, che lì io non posso, non io, non un pavido di cuore come me.
E allora forse dopotutto giacchè infine per di là, ma sa, forse, vede..
Azzardiamo un Mai Paura, poi si vedrà.
Quando si avrà imparato, quando il cuore si sarà ripreso dalla corsa, le ossa dagli urti, le spalle dalla fatica, allora forse strozzato e solido non sarà più un azzardo ma uno sguardo.
Mai mai mai mai.. paura.

Foto di SarinaFelice
Miss Quelchesia Hearst,
una qualche settimana di stupri, barzellette, scherzi da prete e privazioni varie l’han fatta da ereditiera e condottiera terrorista che grida alla gente della banca “state giù cazzo”.
useless to say,
quella ragazza aveva 19 anni e aveva fascino da vendere.
Reverenda Patty Hearst,
identità liquida,
morte all’insetto fascista che depreda la vita delle persone”

S’essere per se è
essere per eccellenza non lo so, a dir la verità non lo credo affatto.
Però noto come i miei simili si attacchino agli oggetti, quelli unici e non sostituibili, alle cose che ricevono e alle cose che creano.
Io quando scrivo è come se mi tagliassi una ciocca di capelli, è una ciocca, una parte di me perfetta e non perfettibile. Dovrei tingere dei capelli tagliati? dovrei tagliarli un altro poco? Non c’è una regola estetica di queste cose.
Se un giorno finissi per farmi prendere, se riuscissero a buttarmi in cella finalmente, mi raserebbero i capelli, ne sono certa e mi prenderebbero gli oggetti. Beh a me cambierebbe poco sapete?
I capelli ricrescono, e non in un ordine di ritrovare l’immagine di sè ma nell’ordine di idee che delle parole vecchie, già scritte, non me ne faccio niente, sono una catasta che potrei bruciare, tanto non le rileggerei, non le ho pensate nè create perchè siano perfettibili.
Le parole e i capelli di cui ho più premura sono quelli che possono ancora crescermi in testa, che posso ancora scrivere. La mia abilità, la fiducia nella rapidità della mano di riordinare lettere su una pagina, quella me la toglieranno con le bastonate.
E di tutti gli oggetti la cui memoria e possesso vi ossessiona me ne infischio. Sono catene di cenci e stracci che ricordano, rimandano, obblighi dal passato.
Ricorderò quello che sarà destino io ricordi, dimenticherò il resto, non si può esser tristi di ciò che non si ricorda, è la prospettiva nel presente del futuro immemore che spaventa.
Dominata questa prospettiva, questo timore di cancellazione, allora quando vi brucerà la casa rimarrete solo un immobili a pensare che forse non è giusto che i gatti vivano sotto chiave perchè altrimenti, quando si presenterà il pericolo, non avranno via di fuga.
Vostra

Mai sentito niente di più idiota di una banana che fa sesso telefonico in agosto – J.F. Dallen in “Bananerotismo”
basta chiedermi cosa sia questo imbarazzo

della voce. non vi vergognate a negarmelo?
io sono l’imbarazzo della voce,
sono l’imbarazzo delle parole che strisciano tra i capelli e poi s’esclamano.
Cieloterraefusilli, biascica la cute.
saggezza popolare e natura, scandisce la voce.
e allora è questo l’imbarazzo della voce mia e vostra,
l’imbarazzo di scandire altro da quello che pensate,
altro da quello che grida e striscia la pelle.
Io sono l’imbarazzo della voce che si guarda indietro, sa che l’han mandata a dire tutt’altro
ma non può farci niente.
Sono l’imbarazzo dell’acqua che girato il rubinetto esce sempre fredda.

